Sogno di una partita di mezza estate

di Daniele “ditadinchiostro” Ursini

Se noi ombre vi siamo dispiaciuti, immaginate come se veduti ci aveste in sogno, e come una visione di fantasia la nostra apparizione. Se vana e insulsa è stata la vicenda, gentile pubblico, faremo ammenda; con la vostra benevola clemenza, rimedieremo alla nostra insipienza. E, parola di Puck, spirito onesto, se per fortuna a noi càpiti questo, che possiamo sfuggir, indegnamente, alla lingua forcuta del serpente, ammenda vi farem senza ritardo, o tacciatemi pure da bugiardo. A tutti buonanotte dico intanto, finito è lo spettacolo e l’incanto. Signori, addio, batteteci le mani, e Robin v’assicura che domani migliorerà della sua parte il canto.”

Fumavamo, nient’altro. Il poco cibo era finito ben prima che la notte diventasse tanto scura, mentre il vento sembrava non smettere mai d’aizzare il nostro fuoco. Il miscuglio di sudore e fumo impastava le narici e la bocca. Fu così che quando Alkyla parlò non rammentavo più il suono della sua voce. Forse per questo mi piacque ascoltarlo; era come conoscere una persona nuova. Credo c’entrasse anche che per la prima volta qualcuno non voleva farmi la morale, voleva ricordare, solo ricordare. Di sicuro tra i motivi per cui mi lasciai rapire dal racconto c’era il fumo. Tanto fumo.

“Tutte le estati, e quella del 2007 non ha fatto eccezione, i miei giochi mi seguono al mare. Ovviamente una ristretta selezione, secondo il tema che voglio dare alla vacanza… No, non è vero: voglio giocare gli ultimi arrivi!
Quell’anno toccò a Cleopatra e la Società degli Architetti. Alla partenza avevo intenzione di proporlo in famiglia, in un paio d’ore di tempo libero, magari quando la pioggia costringe a un pomeriggio in casa. Poi succede che Bohnanza, mio inseparabile compagno delle vacanze estive, suscita la curiosità dello stabilimento durante le partite pre-pranzo; allora decido di giocare il jolly e portare Cleopatra al lido.
Il giorno successivo soliti bagni, sabbia, sole… Tutto molto bello finché non minaccio la compagnia: “Adesso proviamo un gioco nuovo!”. Allestisco il tavolo fatto di plance, cl_photo8statuine ed elementi 3D che riproducono le fattezze di un tempio egizio, con tanto di arcate, obelischi e sfingi; un tripudio di componenti in cui persino la scatola partecipa attivamente al set-up. E già si avvicinano circospetti i primi curiosi. Comincio a spiegarlo: dopo 10 minuti sono sufficientemente chiari gli elementi di gestione merci, set collection e quel pizzico di bluff dato dalla corruzione che fornisce pepe a questo “friendly german”. Iniziamo a giocare attorniati da un capannello di bambini che chiedono senza sosta: “Cos’è? Cos’è?”. Il tavolo fa scorrere la partita rapidamente, miscelando al meglio la concentrazione e il divertimento e tramutando lo stabilimento in un’arena. Ragazzini oramai scafati disquisiscono di strategie e fanno il tifo per chi è sul proprio lato. I genitori alle loro spalle sanno solo chiedere: “Dove posso comprarlo?”. Non “Quanto costa”, solo “Dove lo trovo?”. La Days of Wonder ancora non si spiega l’impennata di fatturato in centro Italia dell’estate del 2007, ma io ne conosco il motivo e mentre rispondo a quei genitori colmi di speranza, mi ripeto che si può. “Allora si può! Illustrando giochi, posso divulgare questa passione!”. TOCCA A TE nacque qualche anno dopo, ma a pensarci bene, forse iniziò proprio in quel momento.”

Lo scalpiccio del cavallo cullava dolentemente, infliggendo continue fitte alla schiena. Ad ogni passo, ad ogni pensiero. E di cavalli ce n’erano cento, duecento, mille. Rumore di zoccoli, di vento, di musica inesistente che tornava alla mente. E tornava ancora e ancora. Suonava ancora e ancora. Come una scena vissuta ogni volta che lo stomaco ne sentiva il bisogno, come un ricordo da raccontare affinché possa ispirare gioia, voglia, idee. Galoppava Canopus, galoppava. Galoppava e ricordava, mentre il nulla attorno a lui sfumava d’acquerello e sabbia, tramutando i contorni vividi in vividi sogni.

“Quando non lavoravo l’estate per me significava giocare fino a notte fonda. So che è strano a dirsi, l’estate è stagione di sagre, feste e locali con tavoli all’aperto, si dovrebbe giocare in inverno. Vero, ma in estate non ci sono lezioni all’università e, se non si è a ridosso di qualche esame, ci si può trovare anche durante la settimana a casa di un amico, in modo da salvaguardare le proprie finanze. L’estate più significativa è stata quella del 2006 perché misi mano a un gioco che fece esplodere in me il desiderio sfrenato per i boardgames. In quell’anno arrivò nel nostro paese Arkham arkham_horrorHorror e io, spinto dalla passione per Lovecraft, non riuscii a resistere dall’acquistarlo. Era una novità per me, intanto perché era di gran lunga più complicato dei giochi a cui ero abituato fino a quel momento, in secondo luogo perché si tratta di un american e io, fino a quel momento, odiavo i giochi pieni di dadi. All’epoca il mio curriculum ludico comprendeva giochi di conoscenza, qualche partita a Carcassonne e ai Coloni di Catan: ero poco più di un neofita. Per illudermi di conoscere il gioco lessi e rilessi il manuale più volte e, quando finalmente arrivò la prima partita, fu un bagno di sangue. Andammo avanti fino a mattina tra continui controlli al regolamento e mostri implacabili. I tempi morti erano tali che un amico prese la chitarra di mio fratello e iniziò a strimpellare tra il suo turno e il successivo. Lo odiai tantissimo. Ovviamente non beccammo una regola giusta. Ci vollero altre due o tre partite per capire a cosa stessimo giocando, ma alla fine la soddisfazione di aver imparato un simile colosso fu tale da accendere in me la voglia esplosiva di giocare a qualcos’altro. E da quel momento non mi fermai più. Fu l’anno della svolta: i miei amici chiesero giochi più semplici spingendomi ad allargare la cerchia ludica per poter affrontare anche titoli più importanti. Conobbi nuove persone e nuovi giocatori, muovendo i primi passi sulla strada che mi ha portato dove sono oggi.”

“Non so perché sono qui: non ti credo!”. Il fascio delle torce elettriche caracollava sul prato. “Ti sei suggestionato con la tua stessa scrittura e hai creduto vero ciò che immaginavi”. Passi brevi di fatica e timore solcavano il buio. “Mi piacerebbe scrivere tanto bene da suggestionarmi, purtroppo è tutto vero. O almeno è diventato vero mentre lo scrivevo. Oppure l’ho scritto perché sapevo fosse vero. Non l’ho ancora capito sinceramente”. Le estremità luminose delle torce ormai raggiungevano con decisione la cima. “Dita devi smetterla: quello che hai scritto non è mai successo! Torniamo indietro!”. Uno dei due cerchi di luce aveva finalmente scollinato, gettandosi nel vuoto. “E non c’è mai neanche stato un villaggio lì, vero?”

“Estate 2009. Una di quelle estati che non si dimenticano. Magari ne sfumano i dettagli col tempo, ma restano indelebili situazioni e sensazioni. Compagni di viaggio e avventure. T2886p_12c_1bante avventure e soprattutto una compagna di viaggio. Un biglietto d’andata per Copenaghen, uno di ritorno sei giorni dopo e un paio di notti prenotate in ostello. Poi gli zaini a completare la dote. Il mio conteneva un solo gioco: Race for the Galaxy. Preparato per due. Avevo rinunciato alla scatola e confezionato il tutto in un sacchetto per alimenti. Il mazzo, i nostri abituali colori e ventiquattro punti vittoria potevano in questo modo girare comodamente la Danimarca con noi.
Eppure il demone dell’avventura non era ancora soddisfatto dei nostri sforzi e ci costrinse a prenotare un treno per Skagen con partenza ben prima dell’alba. Troppo presto perché valesse la pena di pagare un letto per l’intera notte. Girammo tutto il giorno e tutta la sera fin quando i piedi non risposero più, allora scegliemmo un pub in cui sederci e tirar fuori Race. La stanchezza rallentava le ore notturne esaltando il miraggio dei sedili su cui poter dormire una volta in treno. Per sfuggire al sonno ci perdemmo nello spazio, tra pianeti da conquistare e sviluppi da costruire. Partita dopo partita Race ci mantenne svegli, attenti, competitivi. Credo che la notte si sia fermata ad un certo punto, non mi spiego altrimenti la sua durata. Credo si sia fermata e abbia guardato divertita la scena. Su un tavolo di legno, in piena notte, a migliaia di chilometri da casa, circondati da voci incomprensibili e da alcuni dei ragazzi e delle ragazze più belle che abbia mai visto, due italiani sfiniti giocavano a Race for the Galaxy. Come se fossero invisibili, come se fossero unici, come se volessero ricordarlo per sempre.”

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5 Responses to Sogno di una partita di mezza estate

  1. Avatar ditadinchiostro ha detto:

    Da un articolo di aneddoti e suggestioni estive difficilmente scaturisce un dibattito, magari questa volta lo spazio commenti si può sfruttare per ampliare il pezzo con aneddoti e suggestioni estive dei lettori… La curiosità non è solo Donna, è anche Dita :)

  2. Avatar Stefano ha detto:

    Ciao ragazzi!
    Siccome spero tantissimo tantissimo che tales of arabian night venga pubblicato,mi rivolgo a voi,ma sopratutto a Maledice perché l ho visto estremamente entusiasta nel descrivere questo gioco.Dato che ho una voglia matta di prenderlo e che la colpa ė stata la vostra che mi avete fatto quel on te board,perché maledice non ti metti a fare un videotutorial dove lo descrivi per bene e ne spieghi i pregi?
    Confido in voi

  3. Avatar Madagelo ha detto:

    Non centra ma tra 62 giorni inizierà il finanziamento su giochistarter per la versione italiana di tales of arabian nights…quindi caro Stefano devi solo aspettare

  4. Avatar Sun of York ha detto:

    Un bell’articolo, come sempre..Ho lo stesso effetto amarcord ripensando ad Arkham Horror, il mio primo gioco ‘complesso’..mi ci sono volute ben più di due partite per capirlo completamente ma poi..che soddisfazione!
    Comunque concordo, anche se può sembrare che il boardgame sia un’attività perlopiù invernale, giocare all’aperto d’estate a me dà l’impressione di essere in vacanza anche se sono costretta a passare l’estate in città.

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