Confessioni di una giocatrice: Quando nasce un Recensore

di Max “Luna” Rambaldi

Bandita dal Monopoli a 7 anni. Diffidata dai tavoli di Cluedo a 12 e da quelli di Risiko a 25. Per non parlare del voto di Taboo per manifesta superiorità e attacchi Grammar Nazi. L’entrata nel mondo dei giochi da tavolo somigliava tanto a un allontanamento forzato dalla porta sul retro.

Eppure eppure. C’era qualcosa in quelle scatole colme di pedine, carte e regole che andava oltre la mia comprensione. Un fascino sottile, incomparabile al suono scintillante del Black Jack (bannata a 16) o alla sublime crudeltà nascosta nell’ultima carta svelata prima di battere qualcuno a Poker (ban a 22). Pur prive del motore dell’azzardo, funzionavano come meccanismi antichi, labirinti dai quali nemmeno l’autore stesso poteva liberarsi.
Come un ricordo rimosso mi hanno trascinata nel vortice del Gioco di Ruolo (abbandono parziale a 19), in occasionali bische di Scacchi (espulsione quasi immediata per palese incapacità) e allo studio di manuali d’istruzioni di impianti di refrigerazione (imbattuta dal 1997). E venne il giorno.

Bazzicavo raminga alla Games Academy, noto ritrovo di spacciatori di Magic e sniffatori di vernici di Warhammer, accettata di buon grado in quanto in possesso di pollice opponibile e gusto nel dipingere miniature e carte custom. Accarezzavo il dorso dei fumetti, m’illuminavo davanti lo scaffale Citadel e guardavo con sospetto e desiderio gli scaffali dei giochi. Ancora quelle scatole. Un giorno tornai a casa con un pacchetto sottobraccio, conscia che i genitori mi avrebbero guardata con commiserazione – dove abbiamo sbagliato? – e Fratello avrebbe storto il naso qualora gli avessi estorto una partita con qualche bieco ricatto. Ma era lì, vibrante di colore e aspettative, sotto al mio braccio.
Il primo campionato a Blood Bowl Team Manager si trascinò in uno stillicidio 10 minuti per volta, per una settimana, sotto la tirannia del consanguineo traditore per il quale un tempo avevo imparato nome e mosse di 151 Pòkemon (rottura a 13). Richiusi il coperchio, consapevole che non era colpa sua, ma del mio mondo che non era ancora pronto.

Memoria perduta, poi ritrovata, eterno amore adolescente che ci si porta appresso fino la tomba, sempre lì, quella scatola, che pretendeva un tributo in pedine, dadi, o quantomeno in schede e personaggi in calzamaglia. Ed essa seppe attendere. Mi portò a illustrare fantasy, e attese. Mi condusse a Lucca, a lavorare in stand zeppi di plance e cubetti; con pazienza, sempre, attese.

Una notte di inizio anno mi ritrovai in una taverna oscura, intenta a risolvere enigmi da murder party. Non azzeccai una fava, ma incontrai un mentore: dopo neanche due mesi mi fece entrare in un luogo proibito del quale nemmeno sospettavo l’esistenza, Gioconauta, ed ella seppe che l’attesa era finita.
C’era una casa fatta di pareti di giochi, dove maggiordomi invisibili facevano traboccare i calici con chinotto d’annata e il tempo si scandiva in turni. Anni di accumulo instancabile, di ricerca e passione riunivano quella selezionata cerchia attorno al tavolo. Reietti, incompresi, affascinanti: in una parola pirati! E un ingegnere.

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Bevvi dalla coppa e m’inebriai, e volli giocare, e volli capire, e arrivò il giorno che volli scrivere. Le prime parole come veleno, l’illusione del potere, tutto vorticava, e senza rendermene conto mi ritrovai a vestirmi di un ruolo che non mi apparteneva, per il quale non avevo referenze o titoli, ma del quale m’impossessai comunque senza chiedere il permesso a nessuno. E nessuno venne a fermarmi.
Mi fregiai di un nome che avrei voluto far risplendere d’orgoglio, Recensore, come suona roboante, e ancora una volta nessuno interferì avvisandomi che non bastava imparare le regole dei giochi, che vi erano confini invalicabili che la mera conoscenza dell’italiano non avrebbe aiutato ad attraversare, che l’entusiasmo non era uno scudo sufficiente.

Era tardi: la penna ferisce più della spada, avrei scritto, e scritto di giochi, e se non era successo in principio pensavo che niente e nessuno avrebbe potuto intralciarmi. Com’era ovvio, e come sempre, mi sbagliavo, ma almeno per il momento ero una dea bimba che sguazzava nel brodo primordiale, convinta di poter creare e distruggere il mondo a proprio piacimento, l’ultima arrivata che rubava il fuoco agli dei.
Dopo tanto tempo mi sentivo a casa e, pur col timore di spezzare un incantesimo, cominciai a pensare di essere felice.

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3 Responses to Confessioni di una giocatrice: Quando nasce un Recensore

  1. Avatar Drugo ha detto:

    Brava davvero! E sempre un piacere leggerti, spèce se citi l’amato chinotto.
    Confido sia il primo capitolo di una lunga serie di articoli!

  2. Avatar Simone Mancuso ha detto:

    Applausi!!!!

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