Dixit’s legacy – When I Dream VS Dreams

di Daniele “ditadinchiostro” Ursini

Suono di campane. A morto. Infiniti rintocchi vibrano lenti. Leggeri persistono nell’aria ad inquinare ricordi. Ci fu un tempo in cui non avresti mai pensato potesse accadere. Il mondo sembrava girare grazie a lui, per lui, con lui. Rintocchi. Ancora rintocchi. È morto. L’aria è di fango. Dixit è morto. E già dalla prima lacrima comincia a sfumare la sua importanza. Quando ti corichi per la notte, con gli occhi gonfi, non è rimasta che un’ombra del capolavoro che fu. E nel sonno inizia la battaglia. Il re è morto, serve un nuovo re. Vampiri irrompono nei sogni. La guerra di potere si combatte nell’inconscio, nello spazio in cui siamo più vulnerabili, nel momento in cui abbiamo più bisogno di Dixit.

Mi sarebbe piaciuto che avesse preso la parola un giocatore importante, di terza o quarta generazione, uno di quelli che ho visto esaltarsi quando Dixit era un titolo sconosciuto riportato casualmente dalla Germania. Avrebbe dovuto alzarsi con la faccia delle grandi occasioni e pronunciare la più sentita delle orazioni funebri. L’avrei voluto sentir dire che nessun’altro è stato come Dixit, che il suo contributo al mondo ludico è stato talmente dirompente da determinare una nuova era del gioco da tavolo e che in questa nuova epoca ci sentiamo meno soli, meno sciocchi, meno diversi. Seppur insufficienti a esprimerne il contributo ludico, queste poche parole avrebbero reso omaggio a Dixit e conferito saggezza all’ordine dei giocatori. Invece Dixit è morto e l’indifferenza dimostrata nei lunghi mesi della sua agonia non ha evidenziato una sola crepa di rimorso.

Ed eccoli tutti lì, attorno al suo testamento come cani affamati alla spasmodica ricerca di un brandello di carne. Rosicchiano tutto quello che c’è fino a raspare per arrivare anche a ciò che non si vede. Ogni idea, ogni dinamica creata, ogni alchimia, ogni stilla di piacere generato. Poi li vedi tuffarsi nel mondo della psiche, sempre più a fondo, alla ricerca di un antro inesplorato, una grotta. Si fanno piccoli per entrare attirati da una luce, forse una forma. È sempre più stretto là dentro, eppure vanno avanti seguendo un percorso lungo anni. Il fiato sta finendo quando s’intravede la superficie. È crespa, argentea, è viva. Finalmente fuori respirano a pieni polmoni, ma non c’è aria dove si trovano, solo sogni. E di sogni si nutrono finché, satolli, non provano a restituirli.

Tutto inizia dadreams-coveri disegni. Carte illustrate come dipinti onirici pregni di stile. Stile in ogni tratto di matita, in ogni colore, dimenticando che del troppo stile è rimasta prigioniera la carriera di Marie Cardouat. Il sogno prende vita dalle carte. Il sogno poetico di Dreams parla di divinità, di stelle brillanti nel cielo notturno e della piccolezza dell’uomo di fronte a tanta maestosità. Non è soltanto il richiamo ancestrale al futuro letto nelle stelle, è la fiducia in un dio che cerca di comunicare con l’uomo. Niente da dire alla Zoch sull’ambientazione e sul modo in cui questa è ricreata dai materiali. Il tappeto di cielo, le stelle, le lune, ci sono tutti gli ingredienti per abbandonarsi a sognare. Eppure il sogno sbiadisce troppo presto, il suo coinvolgimento diviene opaco e i dettagli sono la prima cosa a sfumare. La seconda saranno i colori e presto il ricordo. Ci si attacca alla piacevole sensazione rimasta sulla pelle per rievocare un qualsiasi appiglio da raccontare, ma il sogno è ormai andato e non lascerà tracce visibili, a parte un senso di deja-vu e la netta sensazione che manchi qualcosa.

Qualcosa manca. Come se il sogno si fosse fermato al dormiveglia invece d’affondare nell’inconscio in cerca delle emozioni più profonde. È When I dream a compiere quewid_artcover_b-735x1024l passo in più. Posa il velo nero d’una maschera sui nostri occhi lasciando la mente libera di vagare a suo piacimento. L’udito è allerta e le parole si trasformano in immagini lentamente, sviluppandosi pezzo dopo pezzo. E dopo un’immagine e un’altra e un’altra ancora, ecco una strada a congiungerle, ecco una storia, ecco il sogno. L’ambientazione è puerile: l’eterna lotta tra la fatina dei sogni e il demone degli incubi. Dimenticati l’impatto scenico e l’idea poetica di Dreams, troviamo un titolo solido che punta a creare strategie sottili come fili d’oro. When I Dream non usa soltanto lo stile delle sue carte come lasciapassare per le emozioni, ci permette di giocare sul serio, ci permette di scegliere e scopriamo che è una bella novità. Ruoli segreti, fazioni, bluff, deduzione, narrazione, punti. Avvolti dalle molteplici spire di questo sogno si viene tramortiti dall’impianto evocativo e sconfitti dalla maturità raggiunta. Ci si volta indietro solo un attimo per veder sfumare ciò che è stato prima.

Ci svegliamo di soprassalto. Crediamo di essere sudati ma non è così, è l’ennesimo inganno della mente. Ha provato a convincerci della morte di Dixit, ci ha mostrato uno sciatto funerale e uno sciame di sanguisughe attorno alla bara ancora aperta. Poi le sanguisughe sono diventate scatole e le scatole sogni e i sogni sono finiti sugli scaffali, in vendita, ognuno con una copertina diversa. Li acquistavamo tutti in preda a un bisogno irresistibile. Non si può fare a meno dei sogni, ma ognuno iniziava sempre con le parole di un incubo ingannatore: questo è l’erede di Dixit.
Quanti punti ho fatto?

Rintocchi di campane a morto. Struggenti battiti di un cuore affranto. Il Re è morto, lunga vita al re.

Un commento a Dixit’s legacy – When I Dream VS Dreams

  1. IVVD ha detto:

    Ci sono cose su cui non si può scherzare. E’ blasfemo. E’ lesa maestà.
    DIXIT è inarrivabile… periodicamente sento nascere il suo sostituto… Radio Londra… Mysterium… ora Dreams e When I Dream.
    Signori suvvia Dixit è di un’altra galassia, punto!
    O per dirla alla Marchese del Grillo “Dixit è Dixit e gli altri non sono un c°*#o!”

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