Unlock! e i dolori del giovane Renberche

di Daniel “Renberche”

Tranquillizzo subito lettori, editori, giocatori e famiglie allarmate: è molto probabile che nelle prossime settimane esca un mini board, un on the board o un qualsiasi qualcosa (board) relativo ad Unlock. I nauti, quelli originali, diranno cose sensate in merito, esplicheranno con presentazioni power-point e probabilmente finiranno per elogiarlo.
Io no.

Premessa dovuta: ho fatto solo due partite, la prima e l’ultima missione, quindi questa non è una recensione, né ha la pretesa di esserlo. E’ l’espressione della mia tempesta interiore, l’impeto che consegue l’aver odiato sedermi al tavolo a giocare questo titolo. Perché purtroppo è vero che “giocare è lo sforzo volontario di superare ostacoli non necessari” (cit.), ma questo non implica il divertimento; ma andiamo con ordine.
Partiamo dall’oggetto della questione, Unlock, il simulatore di escape room, il gioco dove i partecipanti devono superare delle sfide usa e getta con arguzia, intuito e osservazione. Nella scatola dell’edizione italiana, distribuita da Asmodee, sono presenti tre avventure diverse.

Come ci sono arrivato

Tre anni fa, dopo numerosi tentennamenti presi l’edizione italiana di Sherlock Holmes. Il gioco mi piacque, giocai i primi casi in due e poi con un gruppo portammo avanti le altre, fermandoci solamente causa traslochi vari alla settima avventura. Le partite erano divertenti, si discuteva, si scherzava e il più delle volte si sbagliava di brutto nelle deduzioni. Poi si iniziò a giocare un po’ a Storie Nere, ma in questo caso ci si avvalse del gioco come passatempo nei vari viaggi in macchina con gli amici.
Non sono un grande ammiratore di questa categoria di giochi, tuttavia l’esperienza con il genere era stata inizialmente positiva.
Si arriva all’anno scorso, con un titolo che ha fatto molto parlare di sé, Time Stories. Alla prima e ultima partita che feci ricordo come fu breve il passo che portò dall’iniziale divertimento (con annessi pensieri di acquisto) al tracollo, tanto da arrivare a guardarmi tutte le carte che non erano state girate in partita pur di non giocarci mai più. Fortunatamente il gioco base finisce con la prima avventura, e anche se gli altri nauti hanno poi perseguito la via dell’acquisto con le espansioni, felici impegni di lavoro mi hanno tenuto lontano dal tavolo per quel periodo.

L’incontro

E alla fine arriva Unlock. Il fatto di giocarci venne naturale, in quanto è finito in poco tempo in uno dei carrelli della spesa ludica di Canopus, e personalmente ritengo che sia giusto provare ogni titolo, perché non si sa mai quali emozioni possa dare un gioco. Erano quei bei giorni dove ci si trovava a giocare già dal pomeriggio, provando tanti giochi in relax. A un certo punto Canopus tirò fuori la scatola di Unlock e l’inseparabile tablet, perché per giocare è necessario scaricare un’applicazione che assiste i giocatori durante la partita e permette di risolvere certi enigmi. Eravamo tutti presenti, quindi in sei, il massimo che il gioco potesse supportare, anche se in realtà potrebbe andare da 1 a + infinito.
Sin dal principio avvertii dei brividi quando sentii nuovamente le parole scenari one-shot, tempo limitato, cercare indizi. Non posso descrivere gli avvenimenti nel dettaglio altrimenti finirei nel girone infernale degli spoileratori (perché spifferatori suonerebbe troppo novecentesco), ma credo che la parola noia faccia intendere bene ciò che provai. Non era la noia dovuta ad un gioco in stallo, al fatto di dover aspettare gli altri che facessero il loro turno o delle meccaniche insulse, era proprio una sensazione che veniva da dentro, quella che provi nel pensare che stai sprecando del tempo, che stai sfidando il tuo (scarso) ingegno, quando in realtà si tratta più di sforzare la vista, di usare l’intuizione solo per capire come avranno combinato le carte e ricordarsi i giochetti stile “allena la tua mente” che ti venivano propinati da piccolo con le vitamine. Giurai a me stesso che non lo avrei più giocato, e per un po’ riuscii a scamparla.

Il destino beffardo fece sì che in una tranquilla serata d’estate, dopo aver provato un gioco brutto che verrà svelato nei prossimi articoli, indecisi sul da farsi saltò fuori la proposta di far provare l’ultima avventura a chi non l’aveva ancora testata, ovvero Doc e Alkyla. La mia espressione non bastò a convincere a virare verso altri lidi ludici e alla fine cedetti per essere il terzo nell’avventura finale. Anche qui non rivelo dettagli di trama, ma sappiate che lo sconforto provato fu il medesimo, con l’aggravio del tempo superiore speso per giungere a una conclusione. Guardavo con invidia Canopus e Maledice che si divertivano a guidar bighe impazzite mentre gli altri due compagni si dibattevano per cercar risposte. Io mi limitavo a qualche suggerimento qua è là, il più delle volte azzeccandoli, ma senza entusiasmo. Alla fine riuscimmo a riveder le stelle e la scatola venne, per sempre, chiusa.

Qui rischio di dire cose che chi non ha provato il gioco non dovrebbe ascoltare (questo aspetto segreto dei giochi me li fa odiare ancora di più), quindi mi mozzo un po’ le dita.

Perché tanto odio?

Perché questo gioco è solo un cercare carte rosse da unire a quelle blu, che alla fine combini perché non ne vieni fuori. Perché fissare una carta per vederci qualcosa non è divertimento, è una verifica del proprio livello di presbitismo. Perché le congetture nella storia sono a mio avviso troppo volutamente spinte per rendere più ganzo il gioco, che probabilmente non è nemmeno realistico rispetto l’esperienza di una fuga reale da una escape room. Hanno cercato anche di farmi provare Deckscape ma non ci casco, so che alla fine è la stessa cosa.

Probabilmente nessuno sarà d’accordo con me: chi avrà provato il brivido di fuggire da una stanza in qualche fiera dirà che si ritroverà in pieno, chi ha fatto la seconda avventura, da me saltata, affermerà che fa capire meglio il senso del gioco, ma più semplicemente vi sarete divertiti. Se dovessi trovare un lato davvero spassoso in questo gioco sarebbe prendere tutte le carte a faccia in su e vedere come si combinano. Insomma lasciatemi posizionare lavoratori, collezionare risorse, combinare carte, perfino tirare dadi, ma non fatemi più giocare a questi stramaledetti rompicapi.

Ho finito. Prometto che starò buono e tornerò a fare i miei articoli soliti, lascerò ai ben più titolati Ditadinchiostro (anche se ultimamente troppo impegnato a mettere fumetti in gioco; a proposito a quando il dungeon crawler di Lupo Alberto?) e Dado Critico, narrare le proprie avventure ludiche… Io ho il captcha di Gioconauta, e tanto mi basta.

Renberche

German per vocazione e genetica, ma amante anche dei giochi storici. Gioca a tutto ma si lamenta quando c'è un dado da tirare. Conosciuto anche come il nauta polacco, data la passione per i giochi in tema Est Europa. La mia top 3? Agricola, Twilight Struggle, Race! Formula 90. La mia bottom 3? Unlock, Avalon e Intrigue. Perché una formica come logo? Ovvio perché adoro i giochi con le formiche (e anche api, ma dovevo scegliere). Dov'è Alkyla? C'è un articolo a riguardo. Extra: divoratore di libri, fanatico di F1, socio CICAP e web master di questo sito.

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